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Innalzamento età pensionabile donne |
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Giovedì 23 Luglio 2009 09:02 |
Un aumento graduale dell'età pensionabile delle donne a partire dal 2010, per arrivare a quota 65 anni nel 2018, è quanto previsto dal Governo per dare esecuzione ad una sentenza della Corte di giustizia europea del novembre del 2008 che aveva giudicato il nostro Paese inadempiente al principio di parità di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici.
La decisione della Corte, in particolare, riconoscendo al regime Inpdap natura di regime professionale ha ritenuto che fissare una diversa età tra uomini e donne non compensi gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere delle dipendenti pubbliche e non le aiuti nella loro vita professionale.
Lo schema è il seguente:
Anno
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Età anagrafica
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2010
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61 |
| 2012 |
62 |
| 2014 |
63 |
| 2016 |
64 |
| 2018 |
65 |
VOLANTINO CISL FP
In particolare l’obiettivo è quella di aumentare di un anno ogni 24 mesi l’età anagrafica per il pensionamento per giungere nel 2018 all’età di 65 anni per il pensionamento di vecchiaia, sia nel sistema retributivo che in quello contributivo.
Appare opportuno sottolineare, peraltro, che in Europa già ora in 13 Paesi l’età per il pensionamento è uguale tra uomini e donne, mentre in 11 Paesi l’età per le donne è inferiore ma in 6 di questi già è stata stabilita la graduale equiparazione.
Il nostro Paese, quindi, si inserirebbe nel solco già tracciato dagli altri Paesi europei.
L’innalzamento dell’età pensionabile delle donne risponde ad una esplicita esigenza giuridica la cui eventuale inosservanza provocherebbe l'apertura di una procedura di infrazione con la conseguente applicazione delle sanzioni previste dalla normativa comunitaria in casi simili.
In tale contesto la proposta del Governo prevede non un innalzamento repentino dell’età di pensionamento tra uomini e donne ma, piuttosto, un graduale avvicinamento tra le due differenti età anagrafiche che porterebbe alla parificazione solo nel 2018.
L’innalzamento graduale dell’età pensionabile, d’altra parte, è già nei fatti in quanto da un esame dei dati dell’Inpdap (l’Istituto previdenziale per il pubblico impiego) risulta evidente come nel corso degli anni si sia già verificato un lento ma incessante aumento dell’età per il conseguimento della pensione.
In particolare se nel 1997 l’età media di pensionamento nel pubblico impiego era pari a circa 55 anni nel 2007 tale età era già salita a 60,1 anni.
In altre parole l’allungamento della speranza di vita e le regole pensionistiche introdotte nell’ultimo quindicennio hanno già prodotto un allungamento del periodo di servizio e, conseguentemente, un ritardato accesso alla pensione.
In tal senso l’allungamento dell’età di un anno per ogni biennio fino a raggiungere i 65 anni nel 2018 risponde da un lato alla necessità di applicare una sentenza della Corte dalla quale, volenti o nolenti non si può prescindere e dall’altro doppia ed accompagna quel processo di spontaneo innalzamento dell’età che è già nei fatti.
Tutti gli allarmismi, quindi, e le denunce di questi giorni ci paiono più strumentali al gioco della politica che non basati su reali dati di fatto e su considerazioni che, affrontando tali temi, dovrebbero seguire la strada del buon senso.
Abbaiare alla luna non serve a risolvere i problemi.
La Cisl è pronta, come sempre, a sedersi ad un tavolo di confronto attraverso il quale concordare il migliore utilizzo possibile delle risorse che verranno risparmiate dal graduale innalzamento dell’età pensionabile.
A tale proposito è importante che la previdenza complementare venga attivata quanto prima anche nel pubblico impiego, di essa potrebbero beneficiare in maniera significativa le lavoratrici, che sono, attualmente più penalizzate rispetto ai loro colleghi uomini, rispetto all’anzianità di servizio per le ben note problematiche legate ad un ritardo nell’ingresso al lavoro ed alle assenze legate alla maternità ed al lavoro di cura.
L’attivazione della previdenza complementare, consentirebbe, quindi, alle lavoratrici di andare in pensione con maggiore tranquillità economica.
Restando in tema, l’esodo provocato dalla coincidenza 40 anni di contribuzione = pensione, ci chiediamo quale impatto ciò provocherà per il bilancio dell’Inpdap e comunque come tale esodo possa permettere, in parte, l’assunzione di nuove forze lavoro nelle PP.AA con l’immissione di giovani donne e uomini che vedrebbero, così, realizzarsi l’aspirazione di costruirsi un futuro professionale e personale. |